Un Blog di giovani delle parrocchie del Vicariato di
Budrio - Medicina - Molinella.
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Caccia al credente il nuovo sport dei media italiani
di Massimo Introvigne (il Giornale, 27 aprile 2006)
Si è aperta sulla stampa italiana una strana stagione di caccia al credente. Intervistato dalla Stampa il solito Dan Brown, appena assolto a Londra dall'accusa di aver plagiato per il suo Codice da Vinci opere storiche - peraltro di serie B - solo perché, come afferma la sentenza, «non ha né credenziali né capacità come storico», sentenzia che «avere la religione vieta l'uso dell'intelletto». San Tommaso d'Aquino, Newton e Alessandro Manzoni - e molti altri intellettuali credenti - aspettano Dan Brown nell'Aldilà per una verifica.
Le librerie sono invase da una letteratura già vecchia, predisposta da autori che pensavano che il cattolico adulto Prodi - con l'aiuto degli adulti non cattolici Luxuria e Capezzone - riducesse ai minimi termini la Casa delle libertà e si trovasse di fronte come unici oppositori i vescovi. Le cose, come sappiamo, sono andate diversamente. Con disappunto di Melissa P., la ragazzina siciliana passata dalla pornografia alla teologia che scrive al cardinale Ruini una lettera In nome dell'amore e si lamenta perché il porporato non risponde. Forse il cardinale ha altro da fare che commentare un libro dove l'autrice si vanta non solo di averne fatte di tutti i colori sia con gli uomini ma con le donne, ma di tenersi perfino in casa una gatta lesbica. Tuttavia, Melissa P. non demorde, e rimette insieme tutti i luoghi comuni sulla Chiesa nemica delle donne - stesso tema di Dan Brown, appunto - prima di farci scoprire, alla fine del libro, che la sua lettera, più che in nome dell'amore, è scritta in nome del sesso, che può dare belle soddisfazioni anche dove l'amore non c'è.
Viene in mente il commento di un'editorialista americana, laica e femminista, all'enciclica di Benedetto XVI sull'amore: se il confronto è tra chi considera l'amore una forma di football americano dove ci si abbarbica gli uni agli altri per sport o per denaro e chi, come il pontefice, presenta l'amore come un anticipo di eternità, allora il Papa ha già vinto in partenza.
Meno scusabile di Melissa P. - che almeno può invocare le attenuanti generiche della giovane età e di quel tipo di vita spericolata che normalmente non giova, per dirla con Dan Brown, al buon «uso dell'intelletto» - è il professor Carlo Augusto Viano, noto filosofo che - dopo essere andato in pensione - ha deciso di togliersi tutti i sassolini dalle scarpe. Nel suo Laici in ginocchio, Viano bacchetta perfino i noti clericali Eugenio Scalfari ed Emma Bonino perché (talora) parlano con rispetto della religione. Niente affatto, sostiene il filosofo: le religioni - tutte - sono «catene dell'intelligenza» e costituiscono «le principali minacce per la vita degli uomini». Viano si chiede come si possa continuare a credere a «cose strampalate» come «miracoli e promesse di risurrezione dopo la morte», e si risponde che gli «spettacoli religiosi» funzionano perché «le mascherate hanno presa: non hanno un successo paragonabile i cantanti?». Quanto alla morale, «di un brigante un minimo ti puoi fidare, di un uomo di fede no». Addirittura.
Anche se i mezzi a disposizione di questi piccoli Zapatero all'italiana sono considerevoli - sarebbe dunque sbagliato sottovalutarli - essi non rappresentano l'annuncio di un mondo nuovo, ma l'ultima raffica di un passato sconfitto. Le statistiche li incalzano implacabili: in Italia scende ogni anno il numero di atei e di agnostici, cresce soprattutto fra i giovani quello dei credenti, e le udienze di Benedetto XVI superano per partecipanti le cifre già da record di Giovanni Paolo II. Tutti deboli di mente?
Come potete vedere l'impaginazione del blog del Vicariato è cambiata.
Forse, per il momento è meno "accessoriata" di prima, ma almeno sono sicuro che funziona tutto.
Qualche cosa infatti, nella precedente versione non andava più nel verso giusto.
Chiedo a tutti di segnalarmi idee e ulteriori modifiche che intendessero attuare sul sito e vedrò di soddisfare le richieste.
Intanto conto di ripristinare quanto prima la possibilità di lasciare messaggini volanti.
Al prossimo contatto!
Emiliano
Carissimi e carissime amiche del vicariato di Budrio,
finalmente sono riuscito a ritrovare la password di amministratore!!!
Ne approfitto per ricordarvi che
Cappella Universitaria
Corso di Laurea Magistrale in Medicina e Chirurgia
Incontro-dibattito:
FECONDAZIONE ASSISTITA
TRA SCIENZA ED ETICA
Il Dibattito sarà moderato da:
Don Nico Rutigliano Cappellano II Facoltà di Medicina e Chirurgia
Giuseppe Familiari Presidente del Corso di Laurea Magistrale in Medicina e Chirurgia
Massimo Moscarini Professore Ordinario di Ginecologia e Ostetricia, Università di Roma “ La Sapienza”
Saluto di Benvenuto delle Autorità
Aldo Vecchione
Preside II Facoltà di Medicina e Chirurgia Università di Roma “La Sapienza”
Mons. Lorenzo Leuzzi
Direttore Ufficio per la Pastorale Universitaria, Vicariato di Roma
Intervengono:
Francesco D’Agostino
Professore Ordinario di Filosofia del Diritto, Università di Roma “Tor Vergata”
Presidente Comitato Nazionale di Bioetica
Andrea Manto
Docente di Teologia Morale, Pontificia Università Lateranense, Roma
Interventi preordinati di Docenti della Facoltà di Medicina e Chirurgia
Maria Caporale
Ricercatore di Storia della Medicina, Università di Roma “La Sapienza”
Rosemarie Heyn
Ricercatore di Anatomia Umana, Università di Roma “La Sapienza”
Luciana Chessa
Professore Associato di Genetica Medica, Università di Roma “La Sapienza”
Giulio Cossu
Professore Ordinario di Istologia ed Embriologia, Università di Roma “La Sapienza”
Donatella Caserta
Professore Associato di Ginecologia e Ostetricia, Università di L’Aquila
È gradita la partecipazione al dibattito degli altri Docenti della Facoltà
Mercoledì 18 Maggio 2005
ore 14.00 Aula B
Agli studenti saranno riconosciuti 0,5 CFU come Corso monografico nelle attività didattiche elettive
Libero 20 aprile 2005
Renato Farina
E questo sarebbe il Grande Inquisitore? Lo hanno dipinto così. Un uomo quadrato e gelido. Invece riempirà il mondo di musica, il Vangelo sarà pronunciato con semplicità, sì sì, no no, la parola gioia tornerà spesso insieme ad un’altra: verità. Ma soprattutto echeggerà l’idea dell’<amicizia con Cristo, l’amicizia cristiana>. Mi vengono in mente le frasi da lui pronunciate negli ultimi mesi: <Innamorarsi della bellezza, storia d’amore con Gesù>. In un mondo dove <c’è la dittatura del relativismo> e <la chiara fede è chiamata fondamentalismo> scoprire <la centralità di Cristo> e che <il limite del male è la misericordia>. Sì, la <piccola barca è sballottata>, ma <attraversate le valli oscure> sarà possibile <tornare alle origini>. E l’origine è lo <sguardo di Cristo, come al giovane ricco>. Quello sguardo di duemila anni fa proprio così doveva essere, Benedetto XVI ce l’ha gettato giù da quel balcone altissimo, con ineffabile cortesia. Si è affacciato dietro le pesanti tende rosse e sembrava un bambino. Era candido. Ha detto le parole più semplici che gli siano mai uscite dal cuore. Si è impappinato. Ma i suoi occhi si sono allargati e sono rimasti incantati dal popolo che stava giù. C’era anch’io laggiù. La speranza del mondo in quel momento stava in quei vestiti troppo larghi, e c’era la maglia scura che spuntava sotto le maniche bianche. <Viva il Papa!>. Allargava le braccia, ha cercato per un istante un gesto che non aveva mai fatto, di trionfo timido, di possesso della folla, impossibile, non è da lui, e allora ha stretto le mani poi le ha allargate appena. Non è Wojtyla il Grande, uno che faceva forza al destino e ha spezzato le reni anche al mutismo dei suoi ultimi anni. Lui è Joseph il Servo, l’operaio che viene dopo il conquistatore dei continenti. Giovanni Paolo II ha abbattuto i muri, lui riparerà la vigna, curerà le piante avvizzite. La perfetta continuità con l’<amico fidato e amato>. Ma un altro stile.
Joseph Ratzinger ha scelto il nome Benedetto. Si chiamerà Benedetto XVI. Quante cose dice quel nome. E’ un nome gentile, evoca gioia, grazia che viene giù dal cielo in un mondo affranto. Il Papa che prima di lui si chiamò così fu un porto di pace nell’Europa in tempesta. Non è ricordato. La sua tomba sta in San Pietro ma non la venera nessuno. Pareva fragile. Tenne il timone da operaio. Benedetto però è anche san Benedetto, il fondatore del monachesimo, colui che da Norcia salvò l’Europa. Promuovendo il cristianesimo, in isole di civiltà e di amore dentro l’orrore barbarico, preservò insieme con il Vangelo l’umanesimo dei romani e dei greci. Ecco, Benedetto XVI: la fede come pace del cuore. E culla di civiltà.
Non ci inventiamo niente. Le frasi virgolettate messe in fila poco sopra sono tratte dalle ultime tre omelie pronunciate nel giro di due mesi davanti a milioni di persone. E la difesa benedettina del nostro continente, come crinale decisivo dell’intero pianeta, nel tempo dell’ossessione della morte, è spiegato nel libro scritto in dialogo con Marcello Pera ed intitolato <Senza radici>. Bisogna ritrovarle. Tornare all’origine. Altro che reazione o conservazione. Bere alla fonte del <Dio che allieta la giovinezza>. Rifondare così il cristianesimo insieme come risposta esistenziale per il singolo e risorsa insostituibile perché permanga la libertà nel mondo.
La prima delle tre prediche intensissime, tra la morte e la vita, l’ha pronunciata il 24 febbraio in Duomo a Milano, per i funerali di don Giussani. Si capì lì chi il Papa volesse come successore: Ratzinger. Mandava lui a rappresentarlo dall’amico “Gius”. Non avrebbe dovuto predicare, Ratzinger: c’era a Roma il concistoro dei cardinali di cui è decano, ma il suo pensiero e quello del Papa furono identici: tocca a te, Joseph. Il cardinale Tettamanzi, furente per la sostituzione, perse lì la sua corsa, trascinata da Sant’Egidio e meno dallo Spirito Santo, al Papato. Il tedesco arrivò di corsa, parlò senza prepararsi, gli bastò immaginarsi il volto profondo del prete milanese fondatore di Cl, si appartò un quarto d’ora in arcivescovado con una fotografia mentre il brianzolo si abbracciava a Wojtyla e c’erano quegli occhi. Descrivendo il vecchio Gius, propose la sua idea di cristianesimo. Parlava del nostro tempo: <Chi non dà Dio, dà troppo poco e chi non dà Dio, non costruisce ma distrugge, perché fa perdere l’azione umana in dogmatismi ideologici e falsi>. Solo così l’Europa la scamperà e si aiuteranno i poveri <verso cui la responsabilità dei cristiani è grande>.
Non propone una teoria, ma la <dolce persona di Gesù>, il vecchio e fragile Ratzinger. Parlò quindici minuti, quel pomeriggio, da un pulpito tremendo, con la bara sotto, quel 24 febbraio, senza un appunto. Italiano perfetto. E ieri invece non sapeva dove mettere
Ratzinger sa benissimo che cosa vuol dire essere Papa, essere il successore di Pietro. Non c’è nessuno che ha studiato come lui queste faccende. Ed è una cosa tremenda. Gli è chiesto di essere il punto su cui si appoggia la fede di un miliardo di persone. Lui su chi può poggiare? Sugli amici. Ne ha alcuni tra i cardinali, ma da adesso siamo noi, con le nostre miserie, quando diciamo il Credo. Gli amici i quali riconoscono quella presenza misteriosa, e gli testimoniano non essere un inganno questo dire fino agli estremi confini: <Cristo è risorto!>. Non soltanto <Dio c’è>. Questo lo ammettono persino i filosofi e poi ci sono tante religioni. Ma no: garantire con la propria vita, fino all’ultimo respiro e anche dopo, quando sei un corpo fotografato e trapassato dai flash, e ti portano in giro su una barella cadavere tra una folla innamorata, che è vero, è proprio vero che risorgeremo, e che io, io papa Benedetto sono infallibile. Non perché il più colto e intelligente, ma perché questo popolo di Dio, questa Chiesa è il luogo della verità e della civiltà.
Immaginiamolo in questi due giorni alla Cappella Sistina. Aveva fatto di tutto per non essere scelto, Joseph Ratzinger. Aveva rifiutato la politica degli accomodamenti. Se mi volete, prendetemi così, ma è impossibile sia io.
Ed i cardinali hanno visto che questo loro fratello, con la voce delicata, con tre ictus alle spalle, amava Gesù più di tutti, aveva più fede di tutti. L’hanno scelto perché è innamorato. Ci credeva quando diceva quelle parole in Duomo a Milano, e poi mentre piangeva sulla bara del Papa e ripeteva che ora <l’amato Santo Padre si affaccia dal cielo>. Lui che ha scritto forse settecento tra saggi e libri ha la fede di un bambino della prima comunione, è vestito di bianco non come un Papa ma come un fanciullo portato a ricevere i sacramenti, la veste immacolata del battesimo. La maturità è nascere di nuovo come fu detto a Nicodemo. Tornare al battesimo. Wojtyla ha buttato giù i muri, Benedetto XVI si chinerà sui germogli avvizziti, proverà a soffiare con leggerezza su noi <uomini vuoti, uomini impagliati> di cui scriveva Thomas Stearn Eliot. Un po’ di rugiada, l’acqua benedetta sulla nostra terra desolata. Non vuole per forza un cristianesimo di maggioranza, gli basta che ci siano <minoranze creative>. A Pera ha risposto che gli va bene <una religione civile cristiana non confessionale>. Ma essa durerà uno zero dinanzi all’aggressione dell’Islam e del nichilismo senza chi ci crede davvero in Gesù Cristo. A ciascuno tocca una risposta: chi è per te, Lui che è unico?
Erano le sette meno qualcosa, il tempo si era fermato, anche se le nuvole arrivavano veloci dal mare e ci bagnavamo felici ascoltando Benedetto XVI: <Andiamo avanti. E Maria
Conviene tematizzare il tema della rifondazione cristiana, secondo Ratzinger. Egli visse il Concilio, era lì come esperto, giovanissimo teologo. In un primo momento aderì a posizioni progressiste. Poi con Hans Urs von Balthasar, il grande teologo svizzero, recuperò l’idea di “tradizione vivente”. Non una dottrina cristallizzata in forme di legno, ma un’esperienza di comunione e di bellezza che arrivava dai Padri e passava nei figli senza timore. Non bastavano i valori del cristianesimo anonimo come predicavano i progressisti. Ciascun uomo ha proprio bisogno di una risposta personale al suo <caso serio>. Il singolo dinanzi a Cristo. Altro che i valori e la giustizia sociale. Chiamato a Roma da Wojtyla (era arcivescovo di Monaco di Baviera) fu messo alla testa della Dottrina della fede. Nel 1985 diventò la bestia nera dei cosiddetti “novatori”. Scrisse con Vittorio Messori “Il rapporto sulla fede”. Fu una denuncia degli abusi e dei cedimenti, ma mise il dito sulla piaga. Il problema della Chiesa non è l’adeguamento al mondo, ma è la fede. E il problema del mondo è a sua volta di poterla incontrare. Non per ricevere <un pacchetto di dogmi o di regole morali> (funerali di Giussani) ma per gustare <la pienezza dell’essere uomini>.
Da allora si è occupato di bioetica, di teologia della liberazione, di questione femminile (negando il sacerdozio per le donne). Di ecumenismo. Lì ha riproposto la verità centrale: <Cristo è l’unico senza cui non c’è salvezza>. In fondo solo di questo si è occupato. Per questo Wojtyla lo voleva vicino. Senza la sua garanzia dottrinale non si sarebbe potuto slanciare sul mondo. Wojtyla aveva Giussani (Cristo come risposta alla domanda dell’uomo contemporaneo), Madre Teresa (la certezza della carità che è più forte dell’ingiustizia e della morte), Ratzinger (la verità difesa contro ogni scetticismo e tradimento anche dei preti). Ma Ratzinger chi ha? I suoi tre amici vecchi sono morti. Gli resta davanti quella folla misteriosa, che il catechismo dice essere il Corpo mistico di Cristo, popolo di Dio, infallibile come lui, che adesso è Papa. E’ solo, in queste notti, ma ci sono gli angeli.